Ahe - 1 - Antieroico

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Prologo

Era una tiepida mattina di fine estate e l’acqua della fontana scorreva limpida e cristallina. La lussuosa autovettura nera superò il cancello automatico e percorse il breve vialetto ghiaioso, quindi girò intorno alla vasca di marmo bianco e si fermò davanti all’ingresso della villa. La portiera posteriore si aprì e un giovane scese dal veicolo rivolgendo il suo sguardo all’edificio. I corti capelli biondi erano ordinatamente pettinati all’indietro, indossava vestiti eleganti ma informali e al polso aveva un orologio dall’aria piuttosto costosa. Si tolse gli occhiali da sole e li infilò nel collo della maglietta, rivelando due vivaci occhi verdi. A prima vista dava l’idea di essere uno che non aveva problemi ad avere addosso gli sguardi altrui, anzi sembrava il tipo di persona in grado di sentirsi perfettamente a suo agio anche quando era al centro dell’attenzione.

Pochi istanti dopo il guidatore scese dalla costosa vettura. A prima vista doveva avere almeno sessant’anni, i suoi capelli avevano assunto una colorazione argentea e i lineamenti erano appesantiti dall’età. Senza perdere tempo raggiunse il bagagliaio e tirò fuori uno zaino per porgerlo al ragazzo. «Signorino Mstislav, è sicuro di non avere bisogno di me?»

Il ragazzo si voltò verso di lui e prese il bagaglio. «Ma certo, Ingrid, tanto l’agenzia di collocamento ha detto che la nuova cameriera arriverà nel primo pomeriggio. Posso cavarmela.»

«Come desidera.» annuì il maggiordomo con un mezzo inchino «In tal caso la saluto. Sono sicuro che farà onore alla sua famiglia in università.»

«Farò del mio meglio.» gli promise il ragazzo «Grazie di tutto.»

L’uomo rivolse un ultimo saluto al suo padrone e poi risalì in macchina per lasciare la villa.

Il giovane si voltò nuovamente verso l’edificio. Certo, la sua famiglia ne possedeva di più grandi, ma dato che doveva abitarci solo lui, poteva accontentarsi.

Infilò la chiave nella toppa ed entrò. Il maestoso ingresso era arricchito da un preziosissimo lampadario che non gli era mai piaciuto, tuttavia sua madre non aveva nessuna intenzione di levarlo e avrebbe dovuto farci l’abitudine.

Salì le scale e si infilò nella stanza più vicina. Depose lo zaino di fianco al letto e lo aprì. Conteneva poca roba – un computer portatile, alcune memorie e un lettore di ebook – tutto il resto era già nella villa da qualche giorno.

Prese da una tasca dei pantaloni il suo smartphone per controllare l’ora. Era ancora presto per mangiare, tanto valeva fare un giro per la villa.

Il lussuoso edificio era più piccolo di quello dove aveva abitato fino a quel momento, tuttavia questo non voleva dire che avesse delle dimensioni ridotte. La pianta era stata pensata per richiamare la sagoma di un aquila con il muso e le ali rivolte verso il cancello, e la costruzione era stata divisa in tre blocchi: l’ala sinistra dell’immaginario rapace era stata edificata in cemento e mattoni, era divisa in due piani e rappresentava la zona abitativa, con le camere da letto, le cucine e i locali dedicati alla servitù; l’ala destra al contrario era in ferro e vetro ed era stata pensata per i ricevimenti o per le feste, era ad un solo piano e aveva un tetto trasparente molto suggestivo; il terzo blocco infine corrispondeva al corpo dell’aquila ed era stato costruito in cemento, con il piano terra che fungeva da ingresso mentre il secondo aveva una finestra continua sulla facciata frontale e poteva essere utilizzato come studio. Il blocco centrale disponeva anche di una spaziosa terrazza e ospitava la grande scala che collegava il primo piano al secondo. Naturalmente c’erano anche un ascensore e diverse rampe di servizio.

L’alloggio di Mstislav si trovava nell’ala sinistra – che in realtà arrivando dal cancello sarebbe stata sulla destra – e aveva delle ampie finestre che si affacciavano sulla fontana al centro del giardino.

Gli ci volle più tempo del previsto per fare il giro completo di tutta la villa, garage sotterraneo incluso, e passando dalle cucine un leggero brontolio gli giunse dallo stomaco. Per un attimo prese in considerazione l’idea di cucinare qualcosa, poi cancellò l’opzione. Innanzitutto non sapeva cucinare, e poi perché doveva prendersi la briga di farlo quando poteva farsi portare qualcosa a casa?

Cercò un fastfood nelle vicinanze che facesse un servizio da asporto, ordinò un menù e riprese il suo giro della villa.

Non si stupì di trovare tutto perfettamente in ordine. Ogni cosa era stata messa a posto, non c’era un solo granello di polvere in giro e la dispensa era stata rifornita. La servitù aveva fatto davvero un ottimo lavoro.

A proposito di servitù, era proprio curioso di conoscere la sua nuova cameriera. Aveva fatto richiesta all’agenzia di collocamento per una sola cameriera – finché abitava da solo era inutile avere troppa gente per casa – però la voleva “giovane, carina, diligente, disponibile e discreta”. Gli dispiaceva un po’ di non avere con sé Ingrid, che serviva la sua famiglia fin da prima che lui nascesse, ma d’altro canto il vecchio maggiordomo era da sempre il capo della servitù dei suoi genitori, quindi era giusto che restasse con loro.

Il fattorino del fastfood arrivò con grande puntualità, dopo mangiato calcolò di avere almeno un’ora prima dell’arrivo della nuova cameriera e quindi ne approfittò per accendere il computer e controllare la data e l’orario di inizio delle lezioni. I suoi genitori lo avevano mandato in una delle università più prestigiose del paese e gli avevano suggerito di seguire quasi tutti i corsi. Naturalmente il suggerimento non poteva essere ignorato.

Con grande impegno e senso del dovere si dedicò ad un videogioco di ambientazione futuristico-militare, quindi decise di fare un altro giro della villa per sgranchirsi le gambe. Quasi per caso si trovò nel lungo corridoio dell’ala sinistra dove da piccolo si divertiva a correre da una parte all’altra per poi scivolare sulle calze.

Sorrise.

Con un gesto solenne si tolse le pantofole e le gettò di lato, quindi cominciò a correre verso la finestra e subito dopo si lasciò scivolare. Grazie alla cera passata sul pavimento la stoffa dei calzini non oppose resistenza e sfrecciò senza sforzo fino alla fine del corridoio.

«Quanto mi mancava!»

Prese di nuovo la rincorsa nella direzione opposta e di nuovo si esibì in una lunga scivolata.

«Ooooh sì!»

Stava per correre nuovamente verso la finestra quando udì il suono dei videocitofoni. Andò a rispondere e rimase piacevolmente colpito dall’immagine che vide riprodotta sul piccolo schermo: finalmente era arrivata la nuova cameriera! Giovane era giovane e carina era carina, già due punti a suo favore, adesso non restava che vedere se era anche diligente, disponibile e discreta. Aprì il cancello e fece per dirigersi verso l’ingresso, ma si fermò.

«Ancora una scivolata!»

Prese una lunga rincorsa in modo da avere più slancio possibile e poi si lasciò scivolare sulle calze. Troppo tardi si accorse di avere sbagliato i calcoli: stava andando troppo veloce! Cercò di rallentare la sua corsa, ma era inutile: la cera sul pavimento lo faceva sfrecciare senza controllo. Urtò contro la finestra e il vetro andò in mille pezzi. Una pioggia di schegge si riversò all’esterno, e Mstislav con loro.

«No! No! No!»

Una paura folle esplose dentro di lui. Stava cadendo! Si sarebbe ammazzato!

Il terreno era sempre più vicino! Sempre più vicino!

Quando riaprì gli occhi il cuore gli martellava nel petto con tanta forza che sembrava sul punto di esplodere. Tutto il suo corpo tremava. Si guardò intorno. Era tutto sporco di terra e qua e là c’erano i pezzi del vetro della finestra. Si accorse di avere alcuni tagli sulle braccia, ma per il resto era… incolume?! Com’era possibile?!

Si guardò le mani e solo allora fece caso alla nebbiolina giallo limone che lo circondava. Provò a scacciarla, ma non ci riuscì. Era come se uscisse direttamente dal suo corpo. Ma adesso non aveva tempo di pensarci, doveva andare ad aprire alla nuova cameriera!

Corse scalzo sull’erba cercando di evitare altre scivolate e trovò la ragazza che stava aspettando davanti al portone.

Cercò di acquisire un aspetto presentabile e si schiarì la voce. «Emh, buongiorno.»

La giovane si voltò. Non particolarmente alta e aveva un fisico minuto, i suoi capelli erano di un biondo leggermente più scuro di quelli di Mstislav e li teneva raccolti in un’impeccabile crocchia grazie ad un semplice nastro indaco. Gli occhi blu notte, freddi ma eleganti, esprimevano calma e serietà, e gli zigomi avevano una graziosa sfumatura rosata molto femminile. Non indossava gioielli, portava solo un orologio di poco valore in finto oro bianco, per il resto le uniche cose che aveva con sé erano un trolley nero e una borsetta. «Buongiorno,» rispose con un leggero inchino «sono la nuova cameriera, mi chiamo Anastasia Denisov. Lei deve essere il signor Naresky.»

«Esattamente.»

La ragazza rimase in silenzio. Evidentemente non si aspettava che il suo datore di lavoro fosse un tipo che vagava scalzo per il giardino della sua villa con gli abiti sporchi di terra e le braccia piene di tagli. «Vuole che le medichi le ferite?»

Il giovane provò a giustificarsi: «No, no, sto bene, sto bene! Ecco, io… stavo facendo giardinaggio.» Accorgendosi dell’incongruenza della sua risposta, provò a precisare: «Giardinaggio estremo!»

La nuova cameriera non parve convinta.

«È uno sport duro…» si azzardò a dire Mstislav «Molto duro… troppo duro… Penso che smetterò.»

Anastasia Denisov si sforzò di annuire. «Capisco…»

«Oh, che maleducato! Entri, entri pure…» Mstislav provò ad aprire il portone e fu con malcelato disappunto che si accorse di essere rimasto chiuso fuori. «Mmh… Mi aspetti qui, torno subito.» E corse via.

La nuova cameriera annuì e in silenzio cominciò a considerare le altre proposte di lavoro che erano giunte all’agenzia di collocamento.

Mstislav continuò a ripetere la parola “maledizione” per tutto il tempo necessario ad andare dal portone della villa al punto in cui era caduto, e anche quando fu a destinazione non interruppe la sua litania. Doveva trovare una soluzione! Quella cameriera gli piaceva, non voleva che se ne andasse per colpa di quella situazione assurda!

Guardò la finestra rotta. Dunque, era caduto da sei metri di altezza, forse sette, eppure non si era fatto nulla… c’era qualcosa che non andava.

«E poi perché proprio oggi?!»

Tirò un pestone a terra e proprio in quel momento una leggera scossa di terremoto fece tremare il suolo. Cavolo, tutte a lui capitavano! O forse…

Guardò la finestra rotta e nella sua mente si fece largo un’idea molto stupida. Si passò la lingua sulle labbra con fare pensieroso. Si chinò all’indietro. «Questo è molto stupido, molto stupido, molto stupido…»

«Posso chiederle cosa è molto stupido?»

Mstislav si voltò di scatto e i suoi occhi verdi incrociarono quelli blu notte di Anastasia. Accorgendosi della sua posa equivoca, si affrettò a riprendere una postura più consona. Si schiarì la voce. «Niente. Assolutamente niente.»

«Capisco…» La ragazza rimase qualche istante in silenzio. «La prego di perdonare la mia indiscrezione, ma credo che lei stia fumando…»

Il giovane si accorse che le esalazioni giallo limone stavano di nuovo uscendo dal suo corpo e cercò di scacciarle, ma in vano. Rivolse alla sua interlocutrice uno sguardo a metà fra il rassegnato e l’afflitto. «Crede ci sia qualcosa che non va in me, non è vero?»

La risposta della ragazza fu un capolavoro diplomatico: «Non mi permetterei mai…»


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4 commenti per “Ahe - 1 - Antieroico

  1. Giorgio B. ha detto:

    Mi é piaciuta la tua storia, credo che nn manchi nulla. Nel frattempo sto leggenfo L’isola bianca, come inizio promette bene.

  2. martina94 ha detto:

    Racconto veramente bello, scritto bene e diverso dal solito. Simpaticissimi i personaggi Sono in attesa di un’altra storia :yahoo:

    • Ghost Writer Ghost Writer ha detto:

      Ti ringrazio moltissimo!
      Al momento sono impegnato con la riscrittura di L’Erede degli Oblio, ma l’anno prossimo arriverà sicuramente anche il sequel di Antieroico [wink]

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