AoE - 1 - I Gendarmi dei Re

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1. Il Gendarme

Data: 3631 d.s., terza deca[4]

Luogo: pianeta Raémia, sistema Mytho

 

L’ippolafo di Giako camminava con andatura costante, procedendo ad un ritmo abbastanza spedito che avrebbe potuto mantenere anche per lunghe distanze. La spessa pelliccia dell’animale, ideale per gli inverni rigidi di quella regione, aveva una colorazione insolitamente scura, quasi nera, ma quella non era la sua unica peculiarità: dall’aspetto sarebbe stato impossibile capirlo, eppure quell’esemplare era un non-morto, capace di camminare per giorni interi senza mai accusare la fatica e quasi insensibile alle ferite.

Come il manto dell’ippolafo, anche i pesanti vestiti di Giako erano quasi esclusivamente neri: stivali alti con la punta in metallo, robusti pantaloni di pelle rinforzata, una giacca in cuoio e un caldo mantello impermeabile col cappuccio, indispensabile nelle giornate di pioggia così come durante le ormai imminenti nevicate. Anche le piastre della sua leggera armatura erano molto scure e gli proteggevano il busto, le braccia, le mani e le cosce.

Il mezzelfo era stato raggiunto dal falchetto viaggiatore di Alisha tre giorni prima e ormai aveva superato il confine del Reame di Donkernacht[5], dove era nato e dove esercitava le sue funzioni di Gendarme. Aveva chiesto appositamente di farsi assegnare ad una zona di confine proprio per essere il più vicino possibile al Reame di Grandeforêt[6], doveva viveva la donna.

Anche Alisha aveva scelto di stabilirsi in un villaggio vicino al confine e lì portava avanti i suoi esperimenti. Lei infatti era una strega – una strega piuttosto capace – e nel tempo libero era solita approfondire i suoi studi sulla magia. In effetti era sempre stata la sua passione, fin da quando lei e Giako si erano incontrati per la prima volta…

Il carretto trainato da un robusto ippolafo sobbalzava leggermente a causa delle irregolarità nel terreno, la giovane seduta vicino al cocchiere però non ci faceva caso: era troppo concentrata sul libro che stava leggendo. Aveva appena finito il suo apprendistato di strega e finalmente era tornata nella sua terra d’origine, eppure nemmeno la prospettiva di rivedere il luogo dove era nata riusciva a distrarla dai suoi studi. La sua maestra le aveva insegnato moltissimo, dalle basi fino alle tecniche per gli incantesimi più complessi, ciononostante sentiva di avere ancora molto da imparare, da sperimentare, da scoprire.

La magia era meravigliosa.

Arrivata in fondo alla pagina, si concesse qualche istante per ammirare il paesaggio. Mancavano ancora diversi giorni di viaggio prima di raggiungere Grandeforêt, il suo Reame d’origine, tuttavia l’ambiente era già quello a cui era abituata da bambina: i grandi alberi dalle chiome rigogliose gettavano ombre praticamente ovunque, regalando a tutta la zona un’atmosfera cupa e familiare. In passato aveva sentito diversi stranieri che si lamentavano di quella peculiarità, preferendo territori più aperti e luminosi, lei però aveva sempre associato quella perenne penombra all’idea di casa.

D’un tratto i suoi occhi senza pupilla né sclera vennero attirati da una figura minuta seduta su una grossa radice: un bambino elfo oscuro a giudicare dalle lunghe orecchie a punta e dalla pelle grigia. Aveva i capelli nerissimi e i vestiti rovinati: forse aveva corso a lungo nella foresta. Sembrava stesse piangendo.

«Aspetta.»

Il cocchiere, un uomo dallo sguardo vuoto e il corpo pieno di suture, tirò le redini dell’ippolafo.

La giovane scese dal carretto e si avvicinò al piccolo. «Ehi, va tutto bene?»

Lui sollevò il capo. Gli occhi neri e a mandorla erano lucidi di lacrime, così come le guance, mentre le braccia e le gambe erano piene di graffi. Tirò su col naso. «Mi sono perso.»

Parlava un dialetto elfico, Alisha però non aveva problemi a capirlo e a farsi capire grazie ad un utile sigillo magico insegnatole dalla sua maestra. «Vieni da un villaggio? Mi sai dire come si chiama?»

Lui scosse il capo e riprese a piangere sommessamente, lo sguardo basso per cercare di nascondere le lacrime.

La giovane decise di non arrendersi: come tutte le donne, anche lei era sensibile alle sofferenze di un bambino. Era evidente che il piccolo elfo aveva appena vissuto un’esperienza terribile, non voleva forzarlo a parlare, però doveva sapere cosa gli fosse successo per poterlo aiutare. Magari proprio in quel momento i suoi genitori lo stavano cercando colmi di preoccupazione.

Si sedette accanto a lui per farlo sentire al sicuro, nel frattempo ampliò la sua mente e, in maniera così delicata da risultare impercettibile, si connetté con quella del piccolo elfo oscuro.

Ciò che vide le causò una stretta al cuore. Non era la prima volta che incontrava la vittima di un gruppo di briganti. Farabutti del genere erano presenti in ogni Reame, quindi non era raro che i villaggi più isolati venissero razziati di ogni cosa: viveri, bestiame e persone.

Quel bambino era riuscito a salvarsi, ma le probabilità di ricongiungersi con sua madre e suo fratello erano pressoché nulle. Anche ammettendo che non fossero stati uccisi sul posto, sarebbe stato praticamente impossibile ritrovarli e salvarli dalla schiavitù.

Quando Alisha interruppe la connessione, aveva a sua volta gli occhi lucidi. Con un gesto materno lo cinse con un braccio per stringerlo a sé. «Va tutto bene, ci sono io adesso. Ti aiuterò, te lo prometto. Ecco, bevi un po’.»

Il piccolo elfo sollevò lo sguardo e, con suo grande stupore, vide un otre pieno d’acqua che si avvicinava a lui fluttuando a mezz’aria. Quasi con riverenza allungò le mani per prenderlo. La magia era una pratica abbastanza diffusa e quasi ogni villaggio poteva vantare la presenza di un mago, tuttavia la maggior parte sapeva fare solo incantesimi basilari come purificare modeste quantità d’acqua o favorire la guarigione di una ferita. Non ne aveva mai visto uno in grado di far levitare gli oggetti.

«Io sono Alisha, Alisha Bellecœur» si presentò la donna con un dolce sorriso. Passò una mano sul corpo del bambino e in pochi secondi quasi tutti i graffi si rimarginarono completamente. «Tu come ti chiami?»

Il piccolo elfo, finalmente dissetato e colmo di ammirazione, tirò su col naso. Si asciugò una guancia con la manica. «Mi chiamo Giako.»

«Bene, Giako, vuoi venire con me?»

Lui la guardò e si sentì come ipnotizzato da quegli occhi completamente blu, con una specie di leggera corona viola a circondare il corrispettivo dell’iride. Aveva troppa paura per tornare al suo villaggio, e di certo non voleva restare da solo nella foresta.

Le prese delicatamente la mano, come se si vergognasse di toccare quella pelle liscia e pulita con le sue dita sporche. Annuì.

La strega aveva fatto moltissimo per lui, lo aveva accolto nella sua casa e gli aveva dato tutto ciò di cui aveva bisogno, in primis una persona di cui potersi fidare.

Pur essendo per metà elfo oscuro, lui non aveva nessuna abilità magica, in compenso la donna gli aveva insegnato molte altre cose, ad esempio leggere – una capacità piuttosto rara. All’inizio l’idea non lo aveva allettato molto, crescendo però aveva capito quanto fosse importante, e anche quanti furfanti andassero in giro ad abbindolare la gente facendo credere di essere intelligenti e istruiti.

Una parte di lui avrebbe voluto restare per sempre con Alisha, allo stesso tempo però desiderava rendersi indipendente: voleva dimostrarle che ormai poteva cavarsela da solo.

Era proprio per questo motivo che si era unito al Corpo di Gendarmeria, un’organizzazione che inglobava soldati da ogni Reame con lo scopo di assicurare pace e ordine. Erano stati gli stessi Re a istituirlo, e grazie a loro ogni Gendarme poteva utilizzare una piccola quantità di magia grazie al proprio catalizzatore. Quest’ultimo era un pendente metallico a forma di scudo su cui erano state incise svariate rune; al centro era incastonato un cristallo ovale dalla superficie levigata il cui colore era diverso a seconda della personalità del portatore. Molti credevano che tale gemma fosse una pietra preziosa, ma in realtà l’unica cosa che poteva darle valore era proprio la capacità di raccogliere e convogliare la magia dei Re. Provare a rubare il pendente di un Gendarme sarebbe stata comunque fatica sprecata: solo il legittimo proprietario era in grado di attivarne il potere, tuttavia non erano pochi i ladri ignoranti che provavano ugualmente ad impadronirsene.

D’un tratto un rumore di rami calpestati e foglie smosse aleggiò fra la vegetazione, destando le sue orecchie a punta. Il cavaliere si voltò alla sua destra e scrutò con attenzione quella porzione di foresta per capire chi – o cosa – si stesse avvicinando, la mano pronta sull’elsa di Balmung.

Quasi subito riuscì a distinguere una sagoma umanoide: aveva la pelle chiara, di una sfumatura vicina più al verde che al rosa, e i capelli di un rosso vivo che saltava subito all’occhio. Con ogni probabilità si trattava di un myketis[7], la specie che popolava quel Reame.

Anche il giovane lo vide e subito corse verso di lui. Era visibilmente spaventato e ansimante, ma nel riconoscere il pendente dei Gendarmi con relativo cristallo verde, il suo viso si illuminò. Subito si mise a parlare a tutta velocità, al punto che Giako, pur disponendo del sigillo di traduzione di Alisha, non riuscì a capire nulla del suo dialetto. Del resto l’incantesimo non gli permetteva di interpretare qualsiasi lingua, ma si limitava a fornire delle conoscenze di base a cui la sua mente poteva attingere inconsciamente.

«Ehi, parla lento» gli disse facendo segno con le mani. «Non capisco.»

Aveva parlato in un dialetto degli elfi oscuri, ma il sigillo magico agiva anche sulle persone nelle immediate vicinanze, quindi il myketis riuscì a capirlo come se quelle stesse parole fossero state pronunciate in un idioma simile al proprio.

«Bandidi!» ripeté. «Genarme, ni’iuta! Bandidi a villagg’!»

Il cavaliere distolse lo sguardo, imprecando fra i denti. Non voleva fare aspettare di più Alisha, però ogni Gendarme aveva l’obbligo di aiutare chiunque ne avesse bisogno. Certo, in teoria la sua area di pertinenza si limitava al Reame di Donkernacht, ma sapeva che, voltandogli le spalle, i sensi di colpa lo avrebbero tormentato per chissà quanto.

Il giovane continuò a fissarlo, gli occhi completamente marroni spalancati verso di lui, quasi aggrappandosi al suo mantello nel timore che volesse andarsene. «Ti prego! Ni’iuta! Bandidi ni’ccide! Ti prego!»

Giako sospirò con rassegnazione. «Ok, fammi strada.» E accompagnò la frase con un gesto rassegnato per essere sicuro che il ragazzo capisse.

L’espressione del giovane si accese di entusiasmo e subito gli fece segno di seguirlo.

L’ippolafo batté una zampa sul terreno e fece uno sbuffo seccato prima di mettersi in marcia.

«Ehi, non fare l’offeso! Guarda che sono io che dovrò uccidere quei cazzo di banditi.» E aggiunse qualche altra colorita imprecazione per augurarsi di fare il più in fretta possibile.

Non ci volle molto per raggiungere il villaggio. Già da lontano si potevano udire grida feroci e altre terrorizzate, accompagnate dalla puzza del fumo di un incendio.

Giako sapeva che stava per trovarsi di fronte una situazione pressoché identica a quella in cui aveva perso la sua famiglia, eppure si sentiva sorprendentemente calmo. Non era la prima volta che si trovava faccia a faccia con un gruppo di banditi, e, pur essendo un solitario, era sempre riuscito a portare a casa la pelle.

«Presto, presto!» esclamò il myketis, che nonostante la paura aveva raccolto un ramo per unirsi alla battaglia.

Il Gendarme non provò nemmeno a fermarlo. Preparò un quadrello sulla sua balestra e poi sguainò la spada di suo padre. Era quasi mezzogiorno e il villaggio si trovava in una radura, quindi nemmeno le fitte chiome degli alberi potevano attenuare l’intensa luce del sole. Ma per sua fortuna Giako era anche per metà umano, quindi oltre a vedere abbastanza bene al buio, non era nemmeno così abbagliato come accadeva agli elfi oscuri.

Il suo ippolafo sbuffò, chiaramente contrariato all’idea di gettarsi nella mischia. Sebbene il fatto di essere un non-morto lo rendesse quasi immortale, l’istinto di sopravvivenza lo portava comunque a cercare di evitare il pericolo.

L’uomo gli diede un paio di pacche sul collo. «Poche storie. Sistemiamo questi stronzi e poi andiamo da Alisha.»

L’animale batté ancora la zampa sul terreno, offeso, ma quando Giako gli diede un colpo coi talloni, lui partì subito al galoppo. In un baleno superò gli ultimi metri di foresta e con un balzo piombò nel villaggio, terrorizzando ancora di più una coppia di contadini intenti a fuggire.

Il bandito alle loro spalle, anche lui un myketis, provò ad approfittarne per raggiungerli, ma il mezzelfo tirò le briglie del suo ippolafo e lo lanciò proprio contro il malvivente. Questi si fermò, atterrito, si voltò e cominciò a correre in direzione opposta, urlando di paura.

Non fu abbastanza rapido: la lama di Balmung lo colpì sulla nuca, sparando schizzi di sangue in ogni direzione.

Un altro fuorilegge, che aveva assistito alla scena, partì alla carica gridando a squarciagola, deciso a vendicare il suo compagno. Ormai a pochi passi dal Gendarme, sollevò la sua accetta sporca di sangue. Giako non perse la calma: gli puntò contro la balestra e premette il grilletto. L’arma emise un sonoro scatto metallico e il quadrello partì come un lampo, centrando l’uomo proprio alla base del collo. Questi non ebbe il tempo di gridare, perse l’equilibrio e stramazzò a terra gorgogliando, la bocca piena del suo stesso sangue.

“Meno due” pensò Giako, impassibile.

«Muori!»

Il grido del bandito lo avvisò per tempo della freccia in arrivo. Provò a scansarsi, ma il dardo lo colpì di striscio alla coscia, proprio dove non c’era la placca di metallo a proteggerlo, e si conficcò nella sella. Per fortuna il robusto cuoio aveva attutito il colpo, limitando i danni ad un taglio poco profondo.

Con un colpo dei talloni fece ripartire il suo ippolafo e l’animale si affrettò a cercare riparo dietro una casa.

Giako sapeva che la vita degli abitanti del villaggio era ancora in grave pericolo, ma aveva contato almeno sei fuorilegge diretti contro di lui: doveva agire con cautela e astuzia se voleva riuscire ad eliminarli tutti.

“Aspettami, Alisha. Tra poco sarò da te.”


Note dell’autore

Ciao a tutti, e grazie per aver iniziato questa mia nuova storia! :D

Ovviamente dopo un prologo e un capitolo non si possono dare giudizi, ma spero di avervi incuriositi a continuare la lettura.


Per quelli che hanno già letto la vecchia versione della storia (quando ancora si chiamava La strega e la bestia), posso dire che questa versione si diversificherà sempre di più andando avanti coi capitoli, che in totale saranno una ventina (quindi più del triplo di quelli che c’erano prima).


Ringrazio le due beta che mi hanno dato una mano a sistemare la prima metà della storia: Hesper M. e Stainless_.


Per mantenere la “tradizione” iniziata con L’ascesa delle bestie, vi propongo un disegno (chibi) fatto da me di Giako:

Giako Duivelzoon (chibi)

Nei prossimi capitoli vedrò di aggiungerne altri anche per gli altri personaggi principali ;)


Per il momento è tutto, vi do appuntamento tra un paio di settimane per il secondo capitolo (lo pubblicherò il primo weekend di luglio).

Per essere sicuri di non perdere nemmeno un aggiornamento, vi consiglio di dare un’occhiata ai vari canali offerti da Segui TNCS (a breve dovrei abilitare anche la nuova newsletter).

A presto! ^.^


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[4] La sigla d.s. indica la datazione spaziale (detta anche datazione standard). L’anno spaziale ha una durata di circa 1,12 anni terrestri e si divide in 10 mesi chiamati “deche”.
Le età vengono comunque indicate secondo la durata dell’anno terrestre.
Nota bene: questa storia è ambientata su un pianeta tipicamente fantasy, quindi privo di tecnologie avanzate e tantomeno di tecniche per raggiungere altri pianeti, ciononostante utilizzo la datazione spaziale per uniformità rispetto alle altre mie saghe.

[5] “Notte oscura” in olandese.

[6] “Grande foresta” in francese.

[7] Specie originale di TNCS. Il termine deriva dal greco mykes, che significa fungo.
Per maggiori informazioni: tncs.altervista.org/bestiario.

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10 commenti per “AoE - 1 - I Gendarmi dei Re

  1. Chromos ha detto:

    Non ho mai letto questa storia,ma sembra promettere bene!! :D
    Complimenti per il lavoro che fai,trovo certe trovate geniali.

  2. Mario II ha detto:

    Scusa, ho già letto questa storia ma adesso stai facendo la revisione, cambierà molto?

    • Ghost Writer Ghost Writer ha detto:

      Per questa storia no. Ho in mente di fare una revisione stilistica, magari aggiungerò un pezzo su Bengal e modificherò il finale, ma la “spina dorsale” resterà la stessa.
      In ogni caso, a revisione ultimata, pubblicherò un articolo per spiegare le varie modifiche [wink]

  3. Faunog. ha detto:

    bella ;-)

  4. Pietro Perti ha detto:

    L’ho letta e secondo me è molto ben strutturata la trama.

  5. Martina 94 ha detto:

    Molto piacevole da leggere se si ama il fantasy.
    è impressionante come tu riesca ad inverarti una storia diversa ogni volta! Ho già letto quasi tutte le tue storie!!! [like]

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